UNA VITA COME TANTE di Hanya Yanagihara

“L’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive -, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante.”


Hanya Yanagihara in questo romanzo ha calcato l’acceleratore sull’intensità del dolore, fino alla parte più viscerale, più magmatica, è arrivata al nocciolo della sofferenza e lo ha vivisezionato. Leggere “Una vita come tante” è un viaggio a New York, profondissimo, quasi ipnotizzante, ti travolge, ti permette di conoscere persone delle quali al culmine fai fatica a farne a meno.

Viscerale è il dolore ma al contempo viscerale è l’affetto che provi per Jude e Willem, per Malcom, per Andy, per Richard, per Harold e Julia, anche per JB. I profili dei personaggi sono definiti, vivi, ti sembra di vederli, di toccarli, di abbracciarli, ne percepisci il calore. Ti vedi alla mostra di JB immerso nei suoi quadri che rappresentano istanti di vita quotidiana dei suoi amici, o a tavola il Giorno del Ringraziamento con Harold & Julia, o nella sala d’aspetto dello studio medico di Andy.

Per quanto difficile possa essere stata la storia di Jude, che rimane il protagonista assoluto, la generosità e l’affetto che la vita gli ha permesso di riscattare quasi suscita un’invidia tanto ingiustificata quanto non biasimabile. E’ una storia di riscatto? Forse, Jude non ne è pienamente consapevole, pensa addirittura di non meritarlo. E’ vittima dei suoi mostri, dei suoi bisogni, delle sue paure, ma lotta fino alla fine per non dimostrarsi tale, non vuole compassione o pietà, rimane una persona dignitosa e valorosa nonostante i suoi gesti estremi.

Le persone si affezionano a lui perché è brillante, perché è acuto, perché è bello ma anche perché lascia trapelare il bisogno estremo di avere intorno persone gentili, comprensive e generose. Malcom è uno dei primi ad accorgersi di quanto ne abbia necessità e silenziosamente interviene senza essere invasivo, il suo è uno dei profili più indiretti e incisivi: sa ma non professa, capisce ma non impone. Come Willem, più deciso e predisposto ad intervenire, inizialmente più sbadato forse, ma con una generosità d’animo che non puoi non amare. Willem è il profilo di cui forse tutti avremmo bisogno di incontrare nella vita, per imparare a dare senza pretesa, per la pura e genuina felicità che ne deriva – è lui stesso a definire l’idea di felicità in questi termini, fare il possibile per rendere felici i propri amici. E’ sempre lui l’artefice della felicità di Jude che riesce a raggiungere seppur per una breve parentesi.

Su Andy e Richard come su Harold e Julia potrei dilungarmi troppo, ma ci sono scene – quando Andy comunica a Jude che andrà in pensione, o quando Richard lo invita a cena in uno dei weekend di sonniferi e visioni, o ancora quando Harold e Julia lo abbracciano dopo una sua sfuriata col cibo – che ammorbidiscono il cuore e lo strizzano di lacrime.

Non è un libro che consiglio a tutti, se proprio dovessi farlo perché in qualche modo sono convinto abbia delle lezioni da dare, consiglierei le prime 300 pagine. Rimane un vuoto da masticare e inghiottire come un bolo che va di traverso, assieme a tante domande senza risposta:

Può una persona, alla quale raccontiamo la nostra storia, avere il potere di lenire le nostre ferite e rendere la nostra vita meritevole di essere vissuta? E se la troviamo, possiamo permetterci di fidarci totalmente senza paura che ci definisca o ci giudica? E’ possibile, dopo esserci fidati, riuscire a farne a meno? E ancora più importante, è possibile fare a meno della definizione negativa che diamo a noi stessi, anche se le persone che amiamo fanno il possibile per scardinarla?

Io, da masochista, do voto 10 al libro. Ma sono un affabulatore e devo ancora riprendermi!

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