L’uomo non è un isola

Non riesco più a capire a che giorno di isolamento sono arrivato…
Non riesco più a capire CHE GIORNO sto vivendo, e per ‘che giorno’ intendo che tipologia, che forma, che intenzioni, che scopo…
Sto continuando a lavorare, da solo, chiuso nel mio ufficio come se fossi in prigione.
Sto continuando a mangiare, dormire, leggere, lavarmi, vestirmi, rispettare gli orari, chiuso in casa come se fossi agli arresti domiciliari.
Cerco di renderla bella, casa mia, di tenerla in ordine, pulita, affinché abbia un buon odore, affinché abbia voglia di starci, perché non ho alternative adesso, a parte il mio ufficio…
Il mio ufficio: stanzone bianco, con un’enorme finestra che mi permette di vedere un prato verde, il verde di una speranza immortale…
Il mio ufficio è una sorta di rifugio quando in casa non ho voglia di starci.
La mia casa è una sorta di rifugio quando ritorno dall’ufficio esausto.
Strano come possono alternarsi bene, a volte mi sveglio con la sensazione che andare in ufficio sia una condanna all’ergastolo e che ritornare a casa sia la mia tregua, come quando gli ergastolani vengono visitati dai propri cari.
A volte invece ho la sensazione di non volerci ritornare a casa, come se il mio rifugio sia lì, di fronte al mio computer, con la sua iconcina verde rossa gialla e blu, con le mani sulla tastiera come se avessero sempre qualcosa da dire, con la possibilità di trovare tutto quello che cerco, anche se non sempre ho la necessità di cercare.
La peggiore situazione è quando entrambi i posti sembrano scomodi, gabbie che non permettono al cuore di star bene.
Cos’è che fa bene al cuore?
Credo che tutto sia un tentativo speranzoso di riuscita, non si ha mai la certezza che faccia bene.
Ho visto un documentario: 2 gruppi, uno in una festa, l’altro in una stanza ad osservare un dipinto. Stranamente il gruppo partecipante alla festa ha avuto la sensazione che il tempo di permanenza nella stanza fosse più lungo rispetto alla realtà. Il gruppo a fissare il dipinto ha avuto invece la sensazione che il tempo impiegato fosse inferiore. L’idea della festa aveva fatto alzare l’asticella delle aspettative!
Maledetta aspettativa! L’aspettativa differita poi fa ammalare il cuore. Bisogna sempre abbassare le aspettative, sempre!
Quando mi sono trasferito al nord, credevo di avere tutta la libertà del mondo, per fare quello che volevo senza rendere conto a nessuno, senza dovermi spiegare. Invece per 7 anni ho vissuto da dipendente e tutta la libertà che desideravo per 7 anni l’ho congelata, l’ho imballata e spedita a quel paese.
Risultato? L’aspettativa alta mi ha reso così dipendente da qualcuno che la paura della vera libertà, quella indipendente, quella in cui avrei dovuto veramente sentirmi incondizionatamente libero mi ha totalmente paralizzato!
L’aspettativa mi aveva condizionato talmente tanto che non avevo preso in considerazione il fatto che potessi stare anche non bene nel primo periodo, perché ero uscito dalla mia comfort zone, perché non avevo più gli amici che mi adulavano, non avevo più la mia famiglia che mi arginava. Il vuoto era più grande di me, talmente grande da divorarmi!
Questo isolamento mi sta insegnando a non dipendere, perché adesso ovviamente non ce lo si può permettere.
Questo isolamento mi sta insegnando a bastarmi, a non fare ciò che non mi va di fare, a volte a non fare nulla senza sentirmi in colpa.
Questo isolamento in realtà mi sta facendo bene, paradossalmente a volte sto meglio rispetto a quando la libertà era totale, perché la libertà totale mi porta ad isolarmi ogni tanto… Si, ogni tanto mi isolo volutamente! Anche se so di non essere un’isola…

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