LE 8 MONTAGNE di Paolo Cognetti

“Può anche apparirti del tutto diverso, da adulto, un posto che amavi da ragazzino, e rivelarsi una delusione; oppure può ricordarti quello che non sei più e metterti addosso una gran tristezza.”
Che Paolo Cognetti con Le 8 Montagne abbia fatto un lavoro encomiabile è fuori discussione (vincitore anche del premio strega 2017). La citazione di apertura mi è frullata in testa per giorni: un posto che amavo da ragazzo può ricordarmi quello che non sono più e mettermi addosso una gran tristezza. Il percorso di crescita implica la ricerca di un posto nel mondo dove sentirsi utili, ma questo inesorabilmente porta a scollarsi dai posti in cui cresciamo. Quando ritorniamo, perché si ritorna sempre, esiste solo il ricordo di ciò che eravamo.

E’ triste? Mi verrebbe da dire che forse è più triste perdersi, non riuscire a trovarlo un posto nel mondo che ci permetta di essere autentici. Accade a Pietro – il libro non è autobiografico, ma esistono dei collegamenti con l’autore – che a 31 anni perde il padre e si rende conto di non aver concluso nulla, di non aver fatto niente di significativo e addirittura di non conservare nessun ricordo importante. Tranne a Grana, luogo in cui trascorreva le vacanze estive con la famiglia e con l’amico Bruno da ragazzino. “Era questo a fare la differenza. Il modo in cui un luogo custodiva la tua storia. Come riuscivi a rileggerla ogni volta che ci tornavi.” Ed è proprio a Grana che si ritrova, nel progetto di ricostruzione della Barma – un rudere lasciato in eredità dal padre – assieme a Bruno.

Dopo aver letto il libro ho visto il film diretto dai belgi Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch. I paesaggi della Val d’Ayas con la musica del cantautore svedese Daniel Norgren sono stati un tuffo al cuore, si sono materializzati alla vista i pensieri, le emozioni, le sensazioni precedentemente evocate dal libro – non a caso il film è fresco di David di Donatello come miglior film, migliore sceneggiatura adattata e miglior suono. Parlo da amante del mare e i miei posti del cuore non hanno mai avuto nulla a che fare con la montagna, ma alla fine del film rimane dentro un vuoto, da riempire di vita vera.

Mi son chiesto: sono talmente tante le riflessioni su cui poter scrivere, e adesso di cosa parlo? Del legame che Bruno aveva con la sua montagna tanto da anteporla a qualsiasi altro legame? Del rapporto che Pietro aveva col padre, a volte ingiustamente crudele – Pietro non nutriva stima e per 10 anni prima della morte del padre non aveva avuto più alcun contatto – che lo ha portato poi a ripercorrere letteralmente i suoi passi, come a recuperare il tempo perduto? O della figura di una madre delicata, presente senza essere invasiva, equilibrata senza essere permissiva?

Il tema centrale è l’amicizia, il film inizia con le parole di Pietro “non pensavo di trovare un amico come Bruno nella vita, né che l’amicizia fosse un luogo dove metti le radici e che resta ad aspettarti”. L’attesa dell’estate successiva, questo alternarsi delle stagioni, da una stagione di leggerezza ad una di gravità, di lavoro e di umore nero. Un’amicizia di poche, pochissime parole, interrotta per l’intera adolescenza e ripresa solo in età adulta.

Con una casa in costruzione alle spalle, attorno al calore di un fuoco, di notte su alla Barma, alla domanda di Bruno “tu, progetti?” seguono le parole di Pietro “io che progetti ho? Un bel falò, il pesce, un po’ di montagna qua e la e TE. Fermo così… Ecco, io credo che potrei stare così per sempre!” e poi di nuovo Bruno “io non vado da nessuna parte!” (segue As Long As We Last di Norgren, nodo alla gola, dispiacere di impermanenza, occhi lucidi).

Ho pensato: a che servono poi mille parole, se quello che basta è la voglia di viverli quei momenti, senza dispositivi che distraggono, centinaia di impegni che lo impediscono, mille giustificazioni che avvallano il non impegno? Ogni estate la Barma diventa il luogo di ritrovo dove raccontarsi gli incontri fatti, le donne conosciute – una delle quali condivisa e anche qui la premura di Bruno insegna – i progetti futuri. Negli inverni Pietro si impegna a fare “il giro delle 8 montagne in Nepal”, Bruno rimane in quella centrale, “il monte Sumeru”, a gestire l’alpeggio abbandonato dallo zio. Chi ha imparato di più: quello che ha fatto il giro delle 8 montagne o quello che è rimasto sul monte centrale, lo stesso di sempre?


“Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte.” Libro e film si completano perfettamente, difficile che accada in genere, ma in questo caso sono complementari. Voto 9: suggestivo, evocativo, commovente!

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *