Il giardino abbandonato

Delusione: sentimento di amarezza di chi vede che la realtà non corrisponde alle sue speranze.
È ben diversa dalla disillusione, dal disinganno: ciò che viene tradito, nella delusione, non è una fantasma, ma qualcosa di parecchio concreto. Viene a mancare un terreno su cui si faceva affidamento.
Ho sempre pensato che se una cosa viene trascurata, diventa di qualcun altro. Ma mi son chiesto: perché viene trascurata? L’idea che ‘tanto ci penserà qualcun altro’? Perché di quella cosa non se ne ha più cura?
Rimane l’amarezza… Ho pensato che è inevitabile: un bubbone che fa male e quando esplode è tanto, più schiacci più fa male.
E quando la delusione è tanta è probabile che devi schiacciare più forte per farla uscire tutta.
Quando devi rimetterti in gioco e sai che quella stessa amarezza può ritornare, ti chiedi se ne vale veramente la pena!
Una persona mi disse: attento a sanguinare in un mare pieno di squali, medica subito le ferite altrimenti ti sbranano!
Per arrivare a sanguinare magari hai lottato, vuol dire che hai fatto male a qualcun’altro.
E quando nella lotta perdi le forze, non le trovi nemmeno per medicarti.
Permetti alle ferite di andare in cancrena, agli squali di sbranarti, e rimani a galla esanime per non so quanto tempo.
Aspetti che qualcuno ti salvi? Che ti medichi le ferite? No, in realtà non ti aspettavi nemmeno di combattere.
La delusione inizia dalla lotta, da quando viene a mancare il terreno dal quale ti nutrivi affettivamente.
Accade che in un momento di sbadataggine semini per sbaglio una pianta carnivora.
Il socio del terreno viene a sapere dell’accaduto.
Prova a sradicarla, ma non ci riesce, è più grande di lui!
Scelta drastica: decide di cacciarti!
Cerchi di spiegare che non è stato voluto, che è stato un’errore.
Ma no, non ti vuole ascoltare, è arrabbiato, forse deluso, forse amareggiato, forse spaventato dagli effetti che possa avere la pianta carnivora sui frutti buoni.
C’è rabbia, tanta rabbia, e dalla rabbia si decide di mettere a ferro a fuoco tutto!
Il socio avrebbe potuto proteggere i frutti buoni da quelli marci…
Tu avresti potuto fargli capire con i modi giusti che ci tenevi a diserbare il terreno per impedire alla pianta carnivora di ricrescere…
Ma no! E’ stato più semplice per lui cacciarti via, perché ovviamente il pensiero che tu non abbia avuto rispetto per il giardino chi glielo impediva?
E in effetti non puoi dargli torto.
Provi ad utilizzare dei mediatori, sperando che lo portino a riflettere, a fargli capire che forse è stato esagerato mettere a ferro e fuoco tutto e lasciarlo abbandonato.
Invece l’effetto è il contrario, vengono alimentati rancori e risentimenti, forse nemmeno volutamente.
Era difficile anche da parte loro creare un ponte, chi se la sarebbe presa una responsabilità così grande?
E inizi a vagare, a sbattere la testa continuamente, a innescare meccanismi errati e dinamiche tossiche.
Era un terreno del quale ti alimentavi e adesso non puoi più nemmeno accedervi, nemmeno per dimostrare che sei in grado di far rifiorire un piccolissimo pezzettino di terra.
Sei sicuro sta volta di fare minuziosa attenzione, ma non ti viene concessa un’altra possibilità.
Ti tocca ricominciare da capo, a contrattualizzare, a comprare, a seminare, ad aspettare che cresca il raccolto, che faccia frutto.
Ti tocca prendere accordi col nuovo socio su cosa è meglio fare o non fare per raccoglierne i frutti, stabilirne il momento giusto, la stagione giusta, l’anno giusto.
Ti rendi conto che si parla di anni, che non sarà immediato rimangiarne di nuovo i frutti.
Ricominciare da capo… con le forze ridotte al minimo, con la paura di seminare nuovamente per sbaglio quella maledetta pianta, con il terrore di non riuscire a trovare più soci…

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