IL CORAGGIO DI NON PIACERE di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga

‘Secondo te cos’è il coraggio? Prova a rappresentarlo con un’immagine!’

Ho immaginato un aquilone. Ho pensato al coraggio come a una potenza interna che ti rialza anche quando vorresti rimanere a terra. Può scaraventarsi contro qualcosa, può rimanere inetto in assenza di correnti da cavalcare o in mancanza di qualcuno che lo lanci in aria. Ma si eleverà sempre in presenza del suo stimolatore!

Poi ho letto IL CORAGGIO DI NON PIACERE di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga, e l’immagine ha preso colore. Ho capito perché ci ostiniamo a non cambiare. Ci convinciamo che il nostro stile di vita attuale – inteso come tendenza di pensiero e di azione – sia quello più comodo e piuttosto che cambiarlo è molto più semplice lamentare e resistere. Manca il coraggio di cambiare, che va a braccetto con la paura di essere ignorati. Se siamo noi i primi a non accettarci perché non troviamo il coraggio di cambiare, l’idea che nemmeno gli altri riescano a farlo è facile che s’inneschi.

Quindi iniziamo a sentirci soli. Finché ci sarà qualcuno là fuori da qualche parte saremo circondati dalla solitudine. I tentativi di interazione esistono, ma col pretesto di sentirci inferiori o superiori, tanto è uguale: aspirare alla superiorità equivale ad avere un complesso di inferiorità. Diventiamo sbruffoni o ci circondiamo di sbruffoni, perché la debolezza può essere molto forte tanto quanto il vanto. Anche nell’atto dell’elogio c’è l’emissione di un giudizio da parte di una persona capace nei confronti di una persona incapace. Nella ‘lotta per il potere’ ricorriamo addirittura alla rabbia per comunicare, perché se ritenessimo di avere ragione a prescindere dalle opinioni altrui la questione andrebbe chiusa all’istante. Invece molti si buttano a capofitto in una ‘lotta’, cercando di costringere l’interlocutore a sottomettersi. Equiparano l’ammissione di un errore all’ammissione di un fallimento, dimenticando che la correttezza delle affermazioni non c’entra nulla con la vittoria o la sconfitta.

Ne risente anche il nostro dare, facciamo qualcosa per ottenere una ricompensa. Quando alla base delle relazioni c’è la ricompensa e non la benevolenza, i rapporti che creiamo non sono orizzontali ma verticali. E in un rapporto verticale esiste il pensiero: ‘io ti ho dato questo, perciò tu devi darmi altrettanto’.

Quindi che si fa? Secondo le teorie di Adler, sulle quali il saggio nel libro basa l’intero dialogo col giovane ragazzo, gli obiettivi sono 3: l’autoaccettazione, la fede negli altri e dare il proprio contributo.

L’autoaccettazione non riguarda l’autoaffermazione, ovvero il convincersi di essere forti e di farcela. Piuttosto, implica la rassegnazione affermativa, cioè la capacità di accettare la verità su se stessi e sulle proprie limitazioni. Questo ci permette di concentrarci sulle cose che possiamo effettivamente cambiare, senza perdere tempo ed energia su quelle che non dipendono da noi.

Credere negli altri significa avere fede nelle persone senza condizioni, anche se siamo consapevoli del fatto che potremmo essere ingannati. È importante vedere gli altri come compagni e non come nemici, senza dubbi o sospetti. 

Dare il proprio contributo non significa sacrificare la propria vita agli altri. Le persone acquisiscono consapevolezza del loro valore solo se si sentono utili a qualcuno. Non importa se il contributo dato è privo di forma visibile, l’importante è avere la sensazione soggettiva di servire a qualcuno e di avere quindi un senso di contributo ma non di sacrificio.

Facile? Per il saggio si, siamo noi a complicarci la vita. Quanto difficile può essere lanciare in aria un aquilone?! Può schiantarsi? Può scaraventarsi? Ma la sua bellezza sta nel riprovare a librarsi tutte le volte. Trovare il coraggio di accettarci per poi esporci può inizialmente essere difficile, fa paura. E la paura di essere respinti ci scaraventa. Ma fa comodo a tutti non farlo. E sti aquiloni come faranno ad elevarsi senza una spinta? Ovviamente con l’accortezza di non recidere l’aquilone di un altro, non diventando combattenti solo perché i colori di un altro ci piacciono troppo o troppo poco. Se è vero che siamo compagni senza ipocrisia, dovremmo apprezzare il volo di altri aquiloni, stimare il loro coraggio di elevarsi. Penso che un cielo pieno di aquiloni colorati non abbia mai fatto schifo a nessuno. L’upgrade del kitesurf poi è per pochi, quello si che è un cambiamento da intrepidi!

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